Artemidos

foto I BAMBINI
di Grazia Cavasino, 08/04/2003.

Se il nostro futuro sono i bambini, poveri noi...
Quando la responsabilità diventa la Storia.
Spesso mi soffermo a ricordare i vari contatti che ho avuto nel corso degli anni con i bambini e gli adolescenti, spesso in virtù del mio lavoro di insegnante, e mi chiedo quale quadro mi sia fatto di così tante esperienze. Se appena mi sforzo di superare il disagio di pensare ad un passato per me doloroso, ciò che mi balza in mente con estrema vividezza è un senso di totale incapacità da parte mia a capire il senso dell'opera che viene svolta da tutta la società nei confronti di questi esseri umani.

Mi sono accorta che gli adulti tendono a considerare i bambini, soprattutto i più piccoli, come degli animaletti privi di logica, dominati solo da bisogni corporali e istinti, incapaci di accedere alle nozioni veicolate da una qualsiasi conversazione tra adulti a causa delle difficoltà linguistiche, al pari di adulti incompleti o limitati mentalmente. Inoltre ho capito che spesso i bambini, in virtù della loro innegabile bellezza e simpatia, vengono automaticamente inclusi nel novero degli esseri buoni per natura, e che i loro atti sono per assunto logico considerati privi della benché minima malizia. Chi abbia un minimo di dimestichezza smaliziata e un livello di percezione non troppo alterato dai pregiudizi sa benissimo che i bambini non sono né piccoli adulti né esseri irrazionali, né angeli, né idioti, né incapaci di valutazioni raffinate sulle qualità delle persone che li circondano. Credo che l'incapacità degli adulti a rapportarsi con le potenzialità comunicative di un neonato derivino principalmente dall'aver dimenticato, per troppo dolore o per paura di non essere considerati sufficientemente cresciuti, quale sia la condizione dell'infanzia. Allo stesso modo cerchiamo di credere che tutti i bambini sono uguali, mentre invece ci sono bambini buoni e bambini cattivi, bambini simpatici e bambini odiosi, e bambini che danno fastidio per puro divertimento e bambini che soffrono in silenzio.

Osserviamoli, questi bambini piccolissimi che si arrabattano in modo commovente per comunicare il loro disagio di fronte ad un cibo che fa loro male, per mettersi in relazione profonda con chi li accudisce anche solo per un istante; guardiamoli mentre ci ascoltano nei pensieri e nella nostra interiorità, quando ci puntano addosso i loro occhi trasparenti e aspettano di capire che tipo siamo; ascoltiamoli quando esprimono vivacemente i loro gusti con sorrisi o con proteste che vengono fraintesi come semplici espressioni di menti vacue. E rendiamoci conto che gli occhi dei bambini vedono tutto al di là della loro ridotta capacità visiva, e che le orecchie dei bambini ascoltano e comprendono tutto -una parola, un tono, un'intenzione- al di là del fatto che non conoscono il significato delle parole, e che il loro corpo riconosce benissimo cosa fa loro male o bene. Lasciamoli esprimere, questi bambini trasportati come pacchi postali da casa a casa, da casa al supermarket, dal supermarket all'asilo, dall'asilo in chiesa, dalla chiesa di fronte al televisore. Lasciamo che assaporino la stranezza dell'essere ricoperti da un corpo di carne di cui devono riscoprire i meccanismi e le potenzialità prima che adulti troppo zelanti gliele facciano dimenticare in nome di una normalità che a loro pesa ma che non sanno come cambiare. Accogliamo il loro dolore nel trovarsi intrappolati in un mondo pieno di difficoltà, ascoltiamo i loro lamenti inarticolati e non ci troveremo un giorno a dire che non capiamo il mondo in cui ci troviamo.

Vero è che siamo soggetti a ritmi di vita vergognosi, che non lasciano tempo per niente altro che un uso vagamente ragionato del denaro: i padri corrono e guadagnano per assicurare alla famiglia un tenore di vita quanto più possibile alto; le mamme corrono e guadagnano, così come leggono nei giornali dal parrucchiere, stima di se stesse in lavori sottopagati e con orari assurdi che produrranno il denaro sufficiente per pagare un'altra donna che badi, per lavoro, ai loro figli; i nonni corrono, più piano, per assolvere al ruolo di genitori in seconda che le condizioni pratiche di quasi tutte le famiglie richiedono. Che senso ha tutto questo correre ipocrita? Credo che sarebbe meglio riformare questo stato di cose perché ognuno trovi il tempo di essere quello che è -nell'ordine un essere umano, un uomo o una donna, un marito o una moglie, un genitore, un membro della società, un soggetto politico e così via... Preferiamo invece lamentarci della mancanza di asili aziendali invece che scegliere di guadagnare meno e offrire più abbracci, più attenzione e tempo ai nostri bambini. Preferiamo votare una persona qualunque che appartenga alla nostra corrente politica preferita piuttosto che chiederci chi potrebbe fare qualcosa di buono per il mondo e i nostri figli. In fondo, quello che realmente nasconde tutto questo affannarsi è una disperata solitudine personale, un'incapacità di risolvere la propria esistenza in qualcosa di significativo che tendiamo a scaricare sui soggetti più deboli -i bimbi, gli anziani, i disabili, gli emarginati.

Vero è che non tolleriamo di allevare esseri diversi da noi e che li indirizziamo immediatamente verso la fiera della volgarità in cui viviamo con nostra apparente soddisfazione: allora facciamo vedere ai nostri piccoli le cassette di cartoni animati creati da multinazionali astute che rivestono i loro interessi con il garrulo cinguettio di topi e mucche parlanti inneggianti alla fantastica opportunità di vivere nell'opulento occidente libertario in cui tutto si può comprare. Oppure permettiamo che i piccini ripetano a pappagallo espressioni triviali nella forma o nel contenuto, e magari ridiamo dello spettacolo penoso di una bestemmia contro natura nella bocca di un innocente. Portiamo anche i bambini a mangiare in uno di quegli asettici e puzzolenti locali di fast food in cui il cibo è fasullo e il personale non dura, per fatica o per nausea, nel posto di lavoro che poche settimane, facendo vedere loro come il mondo scintillante della pubblicità si trovi magicamente alla portata di tutti.

Vero è che per favorire la crescita intellettuale dei bambini- così necessaria per entrare precocemente e con successo nel mondo del lavoro in modo da sollevarci dal peso del loro mantenimento, compriamo loro dei libri. Ah, i libri per l'infanzia che esistono da qualche anno! O gigioneggiano in un'orgia di umorismo da adulto acculturato o sono zeppi di squallore realistico al limite dell'orrore. In nome del realismo si scrivono e si pubblicano libri sulla diarrea del gatto e sul vomito di gallina e sul cerume dell'opossum, oppure si iniziano creaturine che appena balbettano ai misteri più eclatanti della scienza moderna. E le illustrazioni non sono da meno: colori violenti e scuri stracciano la pagina e l'occhio o si confrontano con figure dai contorni inconsistenti e dai vagheggiamenti buonisti.

Vero è che per essere considerati dei bravi genitori dobbiamo mandare i nostri figli a scuola. Ah, la scuola che esiste da qualche anno! Imbottiti di canzoncine idiote e inutili in un inglese approssimativo, tirati su a diagrammi di flusso e schede da colorare, messi di fronte al computer ancor prima di imparare a scrivere a matita, i nostri preziosi bambini a scuola impareranno le meraviglie dell'isolamento, dell'ignoranza e della vergogna di insegnati sfruttati e demotivati, la competitività più sfacciata e quando, per tutelarli, ficcheremo il naso in faccende che non ci riguardano perché non abbiamo le competenze (i programmi, gli stili di insegnamento, la scelta dei libri di testo) ma che la legge ha delegato a noi e che quindi ci spettano per diritto, non faremo che alzare la voce ed arrogarci il diritto di giudicare tutto e tutti tranne la nostra arroganza.
In una scuola dove ogni mossa deve essere prima deliberata, registrata, inserita nell'apposita modulistica educativa, in una scuola dove gli insegnati non hanno più tempo per vivere i tempi di un insegnamento rispettoso dei ritmi naturali dei bambini, dove la burocrazia è diventata sinonimo di garanzia e tutela dei diritti, in una scuola che si deve accollare, oltre il peso dell'istruzione, anche quello dell'educazione globale che governi populisti hanno ritenuto opportuno spostare da famiglie imbelli ad istituzioni facilmente controllabili, quale futuro si apre per gli uomini e le donne del domani se non l'omologazione e un rifugio in nozioni preconfezionate per mancanza di tempo? Appena finita la scuola, portiamo di corsa in palestra dove i bambini impareranno l'aerobica prescolare o il salto con triplo avvitamento in sette mosse o la tecnica più efficace di scalata al successo.

Vero è che alla religione non si può scappare, ed ecco che il presenzialismo torna a riaffacciarsi ogni domenica, soprattutto in prossimità delle scadenze canoniche: le feste comandate, la prima comunione, la cresima... Che importa se i bambini ci vedono piamente raccolti in preghiera dopo averci sentito bestemmiare accoratamente il cielo e tutti i suoi abitanti perché qualcuno ci ha soffiato il parcheggio? Che importa se pratichiamo l'elemosina con disprezzo e tuoniamo contro gli indesiderabili che ci imbrattano la vista durante la passeggiata settimanale in centro? Che importa se parole come pace, amore, rispetto vengono contraddette nella violenza dei rapporti familiari e di lavoro? Che importa se i bambini ricordano che ci rivolgevamo loro con epiteti scherzosi quali "stronzetta" o "rompicoglioni" quando erano piccolissimi ed avevano bisogno di abbracci e coccole oltre che di un urgente cambio di pannolini? I bambini non capiscono...

Vero è che non abbiamo più voglia di nulla e che il passatempo che più preferiamo è quello di riversarci in un centro commerciale, sognando di nuove comodità e maledicendo i limiti del nostro stipendio che ci impediscono di essere più alla moda, più belli e di successo. Ci trasciniamo i bambini di qualsiasi età con il pretesto di farli divertire e mentre li strattoniamo perché si fermano o sono stanchi promettiamo loro mari e monti, vergognandoci segretamente della nostra debolezza nei loro confronti e sperando che nessuno di nostra conoscenza ci veda nel consueto espletamento del nostro ruolo di infimi propagatori della prostituzione educativa: un regalo per un minuto di ubbidienza, un giocattolo nuovo per un minimo di rispetto delle convenzioni.
Per farli assomigliare meglio a noi li portiamo dal parrucchiere a tingere i capelli ad appena 4 ani e li rimpinziamo di dolci e cibi malsani cotti al microonde o nell'olio di orrida qualità fin da neonati, insegniamo loro a non bere acqua in modo che non creino problemi nell'essere portati di continuo al gabinetto, li sfianchiamo con complimenti continui per farli crescere sicuri e vincenti e felici come noi.

E crescono i bambini, e ci assomigliano e diventano sempre più infelici e violenti e nascondono la fragilità di un cuore esposto ai sentimenti e ai rifiuti nel cumulo di sciocchezze che abbiamo loro trasmesso quando pensavamo che non stessero a sentirci, che fossero troppo piccoli per capire, che non valesse la pena correggerli perché incapaci di intendere e di volere come gli adulti. Crescono i bambini, e fanno tesoro dei nostri errori e li fanno diventare stragi e oppressione e guerre e torture e logica del profitto su larga scala, proprio come avevamo sperato facessero. E sorridono compiaciuti e si credono arrivati, esattamente come abbiamo fatto credere loro. E quando diventano genitori prendono il nostro posto di aguzzini e fanno pagare agli sconosciuti che metteranno al mondo tutto il dolore e il disinteresse che abbiamo inflitto loro quando non potevano difendersi. E noi, ormai troppo vecchi e stanchi per far capire loro che i bambini non hanno colpa di essere tali, ci affretteremo a rimetterci in pari con il tempo che abbiamo perduto come genitori e diventeremo dei nonni perfetti, nell'illusione che i nostri recenti meriti coprino gli errori di un tempo, una volta che saremo morti.

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