Artemidos

foto LA MORTE (Atto 2)
di Grazia Cavasino, 10/06/2000.

IL SECONDO PASSAGGIO, QUELLO PIÙ DIFFICILE...
Il cibo che mangiamo tutti i giorni è davvero di sostegno, oppure non lo è. Si può ridurre la vita alla sola materialità? Perché se così fosse, verebbero meno molte risposte importanti per l'essere umano e che spingono lo stesso verso la ricerca di una maggiore conoscenza di sé.

ESOTERISMO: RITI DI PASSAGGIO E DI ACCOMPAGNAMENTO
Il mistero che grava intorno alla vera funzione delle piramidi (mausolei celebrativi o veri e propri traghetti per l'aldilà costruiti su coordinate celesti?) riassume simbolicamente la intricata relazione che corre tra la morte di una persona e la massa di atti che intorno a questa morte vengono progettati ed eseguiti.
In esoterismo si afferma che qualunque atto ha un peso e una risonanza a livello sottile oltre che a livello materiale: da qui deriva una particolare attenzione per i riti di passaggio e di accompagnamento, basati sulla possibilità data all'uomo di operare a livello materiale e simbolico dalla Terra verso un ambito ultraterreno -un convincimento, questo, che si basa su alcuni principi-cardine quali "Come in cielo così in terra" di evangelica memoria e i versi "Ciò che è in basso è come ciò che è in alto/e ciò che è in alto è come ciò che è in basso/per fare i miracoli della cosa una" provenienti dalla Tavola Smaragdina.
I viventi hanno acquisito, grazie al connubio tra illuminazione e studio appassionato, una conoscenza piuttosto approfondita di quanto possono fare per accompagnare le anime dei defunti nella loro dimora: l'excursus culturale precedente ne è una prova.
Denominatore comune è l'idea che l'anima del morto sopravvive al corpo, da cui si distacca in genere con una certa fatica per affrontare un percorso da cui dipende la sua felicità futura. Chi ha amato e rispettato il morto in vita può onorare il corpo del defunto (in genere con sostanze profumate o con fiori, forse per contrastarne il decadimento chimico) se non è a conoscenza di altri sistemi. Se invece è dotato di conoscenze non destinate al volgo (ecco il vero significato di "esoterico"), può operare attivamente per guidare l'anima del suo caro nell'altro mondo.
In genere si richiama un essere dalle capacià eccezionali -Ermete Psicopompo, un angelo, una divinità dell'oltretomba, un familiare già morto che era molto caro al defunto- e lo si prega di guidare l'anima del defunto a distaccarsi completamente dal suo cadavere e ad affronate con coraggio le difficili prove che lo separano dalla pace eterna. Il percorso è in genere immaginato a tappe: chi muore deve in qualche modo confrontarsi con le proprie azioni, le quali gli si affiancano come compagni di avventura buoni e cattivi che a turno gli saranno d'aiuto o i d'intralcio nel procedere verso l'ultima destinazione.

Altre figure positive possono far parte di questa schiera personale: le preghiere dei viventi, il tacito interessamento di una divinità particolare a cui il morto era particolarmente devoto in vita, uno spirito evocato apppositamente dall'esoterista, un custode dell'aldilà astutamente messo in soggezione dal morto o dall'operatore (ricordiamo ad esempio l'episodio della discesa di Ercole nell'Ade). Seguono in genere delle prove coraggio, sagacia, elevatezza spirituale- che l'anima del morto deve superare, da solo o in compagnia dei suoi aiutanti, in modo da convincere il custode dell'aldilà che tutto è a favore del morto: la sua vita passata, le sue amicizie che ancora operano sulla Terra, l'esperienza che ha accumulato, il suo stesso modo di fare attuale.
In ogni caso, ogni intervento attivo da parte dei viventi deve essere eseguito con purezza di intenti e con grande sapienza, in quanto il semplice contatto con questa zona della Creazione, così misteriosa e ai più sconosciuta, può essere pericolosa a vari livelli: l'esoterista può perdersi o far perderel'anima del morto, si possono creare varchi non previsti tra il mondo dei vivi e quello dei morti, si può far infuriare una divinità irascibile a ttirarsi una serie di disgrazied infinite, si può infine rischiare di provocare la distruzione generale del mondo conosciuto, una volta che questo venga messo scorrettamente in relazione con l'aldilà. Comune a tutte le azioni, comunque, rimane quella continuità di effetto di cui si diceva -ecco perchè la cautela in un ambito così delicato risulta fondamentale. Chi non possiede la necessaria competenza e una corretta visione di sè e del mondo, insieme ad una saggezza e ponderatezza eccezionali, non può assoluitamente assolvere ai riti funebri, pena il dissolvimento o la follia.
La segretezza dei procedimenti è garanzia di sicurezza per il volgo ignorante e per i profittatori. Allo stesso modo, ciò che aspetta in via definitiva il morto è in genere avvolto dal più fitto mistero, in genere perchè non è possibile descrivere con parole terrene l'aldilà -esperienza veramente autre- e perchè, anche se si riuscisse a trovare dei paralleli adeguati per esprimere ciò che un essere umano vivente ha avuto il permesso di scorgere, no tutti sono in grado di accogliere la portata di questa rivelazione. Molte sono le descrizioni del regno dei morti che ci sono giunte da visionari, profeti e illuminati di ogni tempo, razza e cultura: la piena comprensione di ognuna di esse è limitata da una lunga serie di fattori, quali la limitatezza dell' immaginazione umana che male assimila esperienze troppo diverse da quelle a cui è abituata, la personalità di chi si occupa dell'aldilà, il contesto e la lingua in cui viene fornita la descrizione. Molte si contraddicono, molte si confermano a vicenda, molte sono basate su concetti semplici e molte invece presentano un difficile backgruond culturale.
Come spiegare tante differenze per qualcosa che si presuppone oggetivamente esistente? Per chi ha vissuto un'esperienza di contatto con l'aldilà l'esperienza stessa è ragione sufficiente per credere a ciò che si è vissuto globalmente con tutto il proprio essere senza tenere conto di sottigliezze tipiche del ragionamento analitico. La ragione è un criterio che può essere utile in campi pratici, ma nel campo dell'esperienza e della percezione risulta vero ciò che si percepisce come vero: in ultima analisi è la realtà stessa, interiorizzata e compresa da chi la vive, ad essere valida in sè e per sè.

ALCUNI ASPETTI DELLA RIMOZIONE PSICOLOGICA DELLA MORTE
La filosofia da sempre si è occupata del problema della morte, fenomeno che appare in netto e brutale contrasto con lo stato normale di vita.
Dato che nessuno ha potuto raccontare della morte propria in termini assolutamente comprensibili -chi ha rivissuto esperienze di vite precedenti si trova nell'impossibilità di spiegare ciò che ha provato nel momento della morte e chi si è fatto sentire dal mondo dei più (ammesso che ciò sia possibile) in genere adotta un linguaggio che esula dalla logica comune- risulta impossibile parlare della morte in sè, perchè questo fenomeno, nel momento in cui si pone ai sensi, determina anche la cessazione del funzionamento dei sensi stessi.
La morte, vero e proprio evento-limite, si pone al di là dell'indagine comune (il binomio sensi-logica) e richiede uno spostamento del punto di vista perchè se ne possa parlare.
Le uniche due posizioni possibili in questo caso sono l'osservazione -o meglio, la supposizione- dell'esperienza della scomparsa di ciò che si conosce (le sensazioni di un corpo vivo che legge e propriamente vive il mondo ) e l'osservazione dell'effetto che la morte ha sugli altri esseri umani. Entrambe sono posizioni eccentriche, ed entrambe prevedono il ricorso all'emotività più che alla logica, in quanto la mente razionale si trova nell'impossibilità logica di pensare la propria assenza, così come i sensi non possono trasmettere la propria inattività. L'emotività diventa, in questo caso, l'unico punto di paragone, l'unica certezza conoscitiva di cui si possa fare esperienza.
In un certo senso anche l'emotività, dato che è comunque legata alla presenza di un corpo in vita, dovrebbe trovarsi impossibilità di trasmettere emozioni rispetto ad un evento che non si può verificare senza che anche l'emotività cessi, però è vero che questa funzione umana è l'unica in grado di prescindere sia dalla logica che dai sensi, in quanto legata a dinamiche anche del tutto autonome. Proprio per la sua particolare natura autonoma, l'emotività riesce a porsi in relazione con degli eventi che i sensi e la ragione le possono soltanto suggerire per cenni e abbozzi.

Posto dunque che parlare della morte abbia senso, bisogna riconoscere che ogni considerazione è del tutto parziale, in quanto affronta un argomento di cui risulta impossibile dire alcunchè.
Emotiva quindi sarà l'analisi che verrà qui condotta, emotiva e spirituale al tempo stesso, in quanto l'emotività sembra essere l'unico strumento che in qualche modo riesca a percepire realtà non altrimenti comprensibili nè tantomeno possibili di un qualche tipo di esperienza.
Per quanto riguarda il primo tipo di analisi, quello relativo alla propria morte, in primo luogo è da considerare che la morte rappresenza l'assoluta cessazione di ciò che è noto: l'uomo di fronte a questa possibilità si sente sprovvisto di strumento di decodifica che forniscano un messaggio di qualche tipo. Di fronte all'incomprensibile, l'emozione più comune è la paura. Ma su cosa si fonda questa paura? Secondo gli insegnamenti del buddismo tibetano, ad esempio, l'essere umano teme la morte perchè in realtà non riesce a concepire l'idea della propria impermanenza.
Tutto ciò che non è stabile, cioè che non si pone con rassicurante continuità all'intelletto e ai sensi, risulta dolorosamente insostenibile alla mente umana, che si rifugia in qualsiasi genere di pensiero pur di non trovarsi di fronte al nulla.
Tutto ciò deriva dall'abitudine a considerare permanenti i fenomeni che cadono ogni momento sotto l'esperienza: tutto sembra uguale a se stesso -lo spazio, il tempo, la realtà concreta- mentre invece questa è solo un'illusione, dettata dalla limitatezza del nosto essere. In realtà l'essere umano non è costituito solo da limiti (l'esperienza d'amore, tanto quanto quella della meditazione ne sono significativi esempi): la forza dell'abitudine, la pigrizia e una certa tendenza alla generalizzazione portano a credere che ciò che ci appare costante e permanente lo sia davvero. Chi ha esperienza di meditazione sa cosa voglia dire vivere la dissoluzione del sè, che fa cessare la percezione usuale della individualità in favore dell'indeterminato -chiamato, secondo le tradizioni, Atman, Dio, assoluto... L'estasi e la meditazione, la contemplazione e il trasporto amoroso sono infatti operazioni ad alto valore filosofico, direi spirituale, in quanto permettono il superamento dell'esperienza di sè come essere limitato, egoico, in favore dell'esperienza del non-sè, ritenuta, da chi l'ha vissuta, l'unica approssimazione possibile della reale essenza del mondo.
Che la realtà dei sensi sia inganno e che esistano altri modi di essere, più veri e significativi, lo dicono un po' tutte le religioni. Ovunque si trovano tracce di pratiche volte all'abbandono del normale stato di percezione della realtà in favore di un allargamento delle capacità percettive che, inevitabilmente, si trasformano in adesione emotiva alla natura segreta delle cose.
Con questo tema si entra nel cuore spirituale dell'argomento. Tramite queste pratiche, volte con esercizi di varia natura (ripetizione di mantra, assunzione di sostanze psicotrope, fissazione del pensiero sulla respiazione, contemplazione fervente di un'immagine della divinità, mobilitazione delle energie primordiali...) l'essere umano si mette in contatto con quella parte di sè più vicina alla natura del mondo, come se si verificasse a ritroso il movimento di separazione di ogni singola entità dal tutto primordiale. Tale esperienza di ritorno all'indistinto ha sicuramente del mistico -mistico in senso assoluto, totale, perchè permette l'esperienza più vicina alla divinità che sia dato all'uomo in quanto tale di vivere.
Chi ha sperimentato la pienezza di questo stato, lungi dal sentirsi diminuito o degradato dall'enormità dei ciò in cui si è fuso, testimonia di poter vivere la stessa pienezza anche nella vita quotidiana, quando vive attimo per attimo e con abbandono la realtà del "qui e ora". Se il perdersi nel tutto dà la misura del proprio essere più vero, la vita quotidiana acquista spessore direi teologico nel momento in cui l'attenzione di chi la vive si concentra sull'attimo attuale: allora, come per un'operazione di sfondamento del muro dell'abitudine, dal noto e dal limitato emerge prepotentemente l'assoluto.

Tale attegiamento equivale teologicamente allo scostarsi del soggetto percettivo in favore delle natura divina che permea tuttta la realtà. Questo atteggiamento, del tutto affine alla contemplazione mistica, permette di percepire la magnficenza della creazione in ogni sua sfaccettatura.
Chi vive intensamente e con consapevolezza emotiva ogni istante della propria vita, percepisce con estrema chiarezza l'assoluta bellezza e bontà che travalica gli aspetti dolorosi e terribili dell'esistenza: scopre Dio dietro ogni manifestazione di vita e Lo ringrazia stupefatto della possibilità di tale spessore. In questo modo una vita intensa diventa la migliore difesa contro la paura della morte, che viene percepita e non solo immaginata, come uno dei tanti aspetti della creazione, per cui è stata prevista la compresenza di aspetti contrastanti ma non per questo in esclusione ontologica l'uno rispetto all'altro.
Alla paura subentra la fiducia che tutto ciò che accade nel mondo, anche la morte, ha un suo senso e una sua bellezza. In questo senso la morte può venire addirittura percepita come l'unica via per ritornare nello stato beato della permanenza del non-essere, stato che si pone al di là di ogni possibile analisi. L'altro aspetto, quello del dolore provocato dalla morte dei nostri cari, rientra nella precedente disamina: una volta che il soggetto abbia vissuto la possibilità della permanenza nell'impermanenza grazie ad un'illuminazione ottenuta con la costanza o per grazia ricevuta, anche la morte altrui rientra nell'ordine del mondo voluto e donato dalla superiore saggezza e perde quel carattere devastante che altrimento può assumere. In effetti ciò che provoca dolore nei vivi non è la morte in sè della persona cara, quanto piuttosto l'impossibilità di godere ancora di quella persona. Anche in questo caso risulta opportuno parlare di egoismo, egoismo forse ancora più evidente che nel caso della propria morte.

Nel caso dell'egoismo percettivo, legato alla natura limitata del nostro essere, la paura della morte si coniuga con la paura della cessazione dei limiti, anche se ciò rappresenta un tipo di vita più vero e soddisfacente. In questo caso prevale il prorpio egoisitico bisogno dell'altro, con un senso di rivalsa nei confronti di un ordine universale che ha permesso, per qualche ragione, la morte di chi ci è caro.
In realtà è a rischio il nostro sentimento, la nostra abituale dipendenza mentale, affettiva, dalla persona scomparsa,che non permette più che noi esercituamo i nostri limiti grazie a lei. All'assenza è giocoforza abituarsi, ma è difficile abituarsi a non avere più l'occasione di mettere in atto un nostro modo di essere -positivo o negativo che sia- in quanto ciò corrisponde alla negazione dei nostri limiti, quindi, parzialmente, con la morte dell'ego. E dato che l'ego non tollera, come si è visto, la limitazione dei limiti, la loro cessazione, la separazione per morte diventa un affare del nostro ego, piuttosto che una realtà oggettiva o un'occasione per affermare il proprio affetto.
Non per niente alcune culture (vedi: Tibet) vietano le manifestazioni di dolore in conseguenza della morte di una persona cara, perchè l'unica cosa utile da fare, cioè l'unico atto d'amore, risiede nel favorire l'allontanamento dell'anima del morto che si deve metere in cammino verso alte destinazioni e che non può essere trattenuto da nulla. Da quanto detto, risulta evidente che la rimozione psicologica della morte deriva dalla impossibilità dela mente umana di concepire tale evento, sinonimo appunto, della cessazione dell'esistenza della mente stessa.
L'ostinata permanenza di quanto si vuole rimuovere non solo ci rammenta che ciò che reale non è removibile, ma anche che ad ogni azione ne corrisponde una uguale e contraria: quanta più sarà la forza con una collettività si sforza di eliminare la morte o quanto meno di controllarne il devastante effetto estetico, tanto più sarà la forza con cui la morte emergerà ai margini delle espressioni culturali fino a che l'intero panorama delle espressioni di quella collettività ne verrà completamente saturato, a riprova che un'ossessione rimane tale tale sia in positivo che in negativo.
La rimozione avviene a vari livelli, parte dei quali verranno analizzati in seguito. Vale qui la pena citare la rimozione linguistica con cui si tratta la morte e tutto ciò che la riguarda. In questo caso l'operazione che viene fatta è di sterilizzazione del linguaggio, di allontanamento di termini espliciti troppo evocativi o, nel caso di espressioni colorite, di chiaro meccanismo apotropaico (per cui la presenza di qualcosa di sporco o di inopportuno serve a volgere altrove il male insito nella situazione da cui ci si vuole allontanare). Gli eufemismi in caso di morte sono d'obbligo, quasi una cortesia verbale nei confronti di chi rimane: si parla di "mancare", "passare a miglior vita" se non di "tirare le cuoia" o di "crepare". Chi muore è il "defunto" "la buonanima" o "l'estinto", ciò che di lui rimane è "il corpo", "la spoglia mortale". La dimora eterna si chiama "loculo", o "posto al camposanto", a cui arriverà magari passando per "la camera ardente", con i servigi delle "pompe funebri", attraverso "l'ultimo viaggio", caratterizzato dall' "estremo saluto " dei congiunti.
Curiosamente tutto ciò riguarda le morti comuni, no ncaratterizzate da nessun elemento eroico, perchè per le morti di persone celebri, o per quelle avvenute in modo spettacolare (incidenti, delitti, violenza) il linguaggio diventa estremamente descrittivo: si scende in particolari raccapriccianti quali la posizione esatta del corpo (nel caso di smembramento ci si accanisce ancor di più), si descrive lo stato del cadavere, l'ora della morte, la dinamica dell'avvenimento e si forniscono molti altri dettagli, veri o presunti che siano.
In questo caso il movimento apotropaico, direi quasi omeopatico, diventa fondamentale: si parla con enfasi della morte di una persona importante per volgere su chi è già morto il pericolo di morte, insito nella natura stessa della vita, che perseguita i viventi. Anche la moderna tradizione religiosa cattolica ha aderito, sia pure per ragioni diverse, a questo movimento di rimozione collettiva della morte. La liturgiua cattolica, ad esempio, prevedeva un sacramento appositamente concepito per fortificare lo spirito del moribondo: il Sacramento dell'Estrema Unzione veniva somministrato, dopo la confessione ove questa fosse stata possibile, durante l'agonia. Tale sacramento, però, appartiene ad una terminologia antiquata: oggi lo si chiama Sacramento degli Infermi e viene amministrato come rimedio per l'anima e per il corpo ogni qualvolta una persona si trovi, secondo il medico, in situazioni serie di salute per malattia o per vecchiaia. Tale sdrammatizzazione di un passaggio ritenuto nel passato fondamentale per aiutare l'anima del moribondo nel difficile passagio dal mondo dei vivi all'aldilà, è stato attuata per fornire all'ammalato uno strumento di fortificazione dello spirito anche in situazioni non fatali, in modo che la guarigione sia favorita dalla tranquillità interiore. In effetti, però, anche questo movimento di avvicinamento della Chiesa alla malattia priva il moribondo di un momento intensamente privato e personalizzato, in grado di sostenerlo spiritualemente durante l'agonia, che è e rimane un avvenimento unico nell'esperienza terrena dell'uomo.
Anche la moderna insistenza sulla liceità del suicidio e dell'eutanasia rientra nel movimento collettivo di estraneamento della morte: dato che questo evento sembra colpire a caso, l'uomo moderno colto, cosciente della superiorità della ragione su ogni altro aspetto dell'esitenza, ritiene di avere il diritto di scegliere il momento in cui morire. Questa estrem, dosperata negazione dell'irrazionale è forse l'ultima prova di quanto questa società si sforzi inutilmente di sopprimere una realtà irrazionale sì ma inevitabile.

MORTE E DECOMPOSIZIONE CORPOREA: QUALCHE DATO SCIENTIFICO
Per millenni la morte è stata colta nella cessazione delle funzioni vitali, e fino al 1993 in Italia si definiva morta una persona le cui funzioni cerebrali, cardiache e respiratorie fossero cessate e i cui riflessi involontari fossero assenti.
E' stato più volte obbiettato che l'osservazione empirica dà adito a errori clamorosi -i casi di sepolti vivi non sono poi così esigui- per cui la ricerca strumentale si è affidata nel tempo a riscontri obbiettvi. Inoltre ragioni di ordine legale, assicurativo e sociale hanno consigliato di tenere presente dei parametri assoluti per dichiarare morta una persona.
Gli odierni testi di medicina legale sottolineano che il corpo umano, costituito da vari tesstui, va incontro ad una serie differenziata di morti, a seconda di quale tessito si voglia prendere in cosiderazione -è noto, ad esempio, che nei cadaveri può continuare a la crescita di unghie, capelli e barba, ma si deve tenere presente anche il caso di alcuni tessuti che, una volta prelevati e immersi in una soluzione di mantentimento, possono continuare a vivere per alcune ore, come testimonia la possibilità di prelievo da cadavere di sperma attivo.
Per questo motivo è necessario prendere in considerazione i rapporti tra i veri sistemi per poter definire lo stato di morte: prioritario viene considerato il sistema cerebrale e quello cardio-circolatorio, alla cessazione delle funzioni dei quali anche gli altri tessuti man mano veccasno di vivere gradatamente.
In base alla legge 593 del 28/12/1993 e al DM 582 del 22.8.94 la morte viene oggigiorno definita in Italia quale "totale e definitiva perdita delle funzioni cerebrali" (n. d. A.: tratto dal sito dell'AIDO) o coma depassé, a cui si devono associare uno "stato di incoscienza, [l']assenza di riflessi e di reazioni a stimoli dolorifici, [l']assenza di respiro spontaneo, [l']assenza di attività elettrica cerebrale (silenzio elettrico), [un']evidente riduzione della temperatura corporea [e l']arresto del flusso ematico cerebrale" (ibidem). Tali segni devono essere osservati da " un collegio di tre medici (medico legale, anestesista-rianimatore, neurologo)" per un periodo "di osservazione non inferiore a 6 ore per gli adulti, non inferiore alle 12 ore per i bambini di età compresa tra uno e cinque anni e non inferiore alle 24 ore nei bambini di età inferiore ad un anno. Al termine dell´accertamento la ventilazione artificiale viene sospesa in tutti i casi, [...]." (ibidem)
"La Legge prevede la registrazione di un elettroencefalogramma, la valutazione dei riflessi del tronco, e del test di apnea.
La comparsa anche di uno solo dei riflessi del tronco durante il periodo di osservazione, fa interrompere la osservazione perchè non può essere confermata la irreversibilità del processo di morte.
Altresì la comparsa (o comunque la mancata assenza) di risposte motorie a tipo decorticazione o decerebrazione non può consentire la diagnosi di morte, perchè la origine di tali riflessi e' sovraspinale. Analogo è il significato di crisi tonico-cloniche, che denotano la sussistenza di sofferenza cerebrale e quindi - per definizione - la esistenza di tessuto cerebrale ancora vitale. L'assenza di attività elettrica cerebrale viene stabilita con un EEG, che viene registrato per 30'. A tal fine occorre che il paziente sia sicuramente libero da farmaci che siano in grado di ridurre la vigilanza e compromettere lo stato di coscienza." (testo del Decreto 22 agosto 1994, n. 582: "REGOLAMENTO RECANTE LE MODALITA' PER L'ACCERTAMENTO E LA CERTIFICAZIONE DI MORTE" )

Si tratta, come si sarà capito, della cosiddetta "morte cerebrale"o "morte a cuore battente", che ha sostituito la definizione di morte posta all'inizio del presente capitolo. I segni medici che si presentano in concomitanza della morte, quale che essa sia stata definita, sono:

  • segni abiotici (legati alla mancanza di vita) immediati: cessazione del respiro e dei segni vitali visibili empiricamente
  • segni abiotici consecutivi (da poche ore a qualche giorno): raffreddamento, rigidità muscolare, perdita del'eccitabilità neuro-muscolare, macchie ipostatiche (il sangue si raccolgie nelle parti più basse del corpo), rigidità cadaverica (che scompare dopo un perido variabile), evaporazione dell'umidità dalla pelle, acidificazione degli umori
  • segni trasformativi (legato all'azione distruttiva degli enzimi e dei germi presenti nel cadavere , oltre che a condizioni obbiettive quali la causa dela morte, la temperatura dell'ambiente; da qualche giorno ad anni) : putrefazione (macerazione in caso di annegamento) fino alla scheletrizzazione oppure mummificazione spontanea o artificiale, corificazione (trasformazione della pelle in materiale bruno che ricorda il cuoio), adipocera (trasformazione dei tessuti adiposi in materiale saponoso).

Proprio sulla ripetititività di tali segni, sulla loro costanza nel tempo, influenzata sì da numerosi fattori, ma scientificamente rilevabile, si basa il lavoro del medico legale, in grado il più delle volte di stabilire la causa e l'ora della morte ai fini dell'accertamento di responsabilità umane, volontarie o meno -i telefilm polizieschi ci hanno abituato al minuzioso lavoro del coroner, basato sulla minuziosa conoscenza della fisiologia umana.

IL MITO DELL'ETERNA GIOVINEZZA
Come già accennato in precedenza, possiamo vedere nel mito dell'eterna giovinezza l'altra faccia dell'ossessione per la morte. L'aspirazione di controllare ogni dettaglio della vita, soprattutto quelli legati al decadimento organico, ormai è un tratto dominante della cultura post-moderna. Al di là di facili semplificazioni si può vedere in questo attegiamento il tentativo disperato di sottrarre la vita all'insulto del tempo.
Si combatte la bruttezza della morte con un corpo piacevole a vedersi -piacevole fino ad un certo punto, in quanto gli standard corporei attuali, delle modelle, dei culturisti, hanno ben poco a che fare con l'eleganza e lo sviluppo naturale. Si combatte l'inefficienza del corpo che invecchia con un corpo sano -ma che salute viene assicurata al corpo se lo considera solo un involucro da alterare a piacimento con trattamenti chirurgici e chimici?
Si combatte l'impermanenza, insomma, con l'arrogante affermazione del presente, nel tentativo di perpetuare all'infinito una condizione artificale che per sua natura non dovrebbe mai degenerare, anzi si vorrebbe del tutto alternativa a quella naturale.

MORTE E TRAPIANTI D'ORGANO
Alla stessa categoria psicologica appartengono l'attuale orientamento nel campo dei trapianti d'organo, di cui tratteremo prescindendo dal trapianto di tessuti (sangue, midollo spinale) e dal trapianto di rene, l'unico che può essere eseguito con il prelievo da un essere che si può considerare vivente sotto tuttti i punti di vista. I motivi di questa scelta risiedono nel fatto che non è questa la sede per esaminare l'intero fenomeno dei trapianti, e nel fatto che l'argomento di questo scritto è la morte: nel corso di questa sezione sarà chiarito perchè il trapianto d'organi rientra in questa trattazione.
Il legittimo desiderio di assicurare condizioni di vita migliori,di sottrarsi quindi al passagio del tempo e al prevalere dell'assoluto sul transitorio, si è tramutato in brama di dominio sulla vita e sulla morte, in un tentativo di scimmiottamento della divinità che solo nell'Ottocento aveva creato scandalo e sincero disgusto con il "Frankestein" di Mary Shelley . La commistione di vita e morte che viene propagandata negli ospedali come l'ultima frontiera scientifica condivide con l'altra utopia scientista di inizio millennio -la manipolazione genetica- la prestesa di correggere la natura, ritenuta fonte infinita di sbagli e mostruosità.
Nella visione meccanicista che data solo qualche secolo, il corpo umano è solo un meccanismo le cui parti si possono sostituire senza che le condizioni di vita mutino.

Che dire delle innumerevoli modificazioni dell'umore, della fisiologia per non parlare dei gravissimi effetti dei famaci antirigetto, a cui il trapiantato va incontro, spesso incosapevolemente?
Si ribatte che ciò che importa è salvare una vita umana -e ciò può anche essere vero. Ciò che è fondamentale, nel caso di argomenti delicati come questo, è non dare niente per scontato e affrontare l'argomento trapianto d'organo secondo una prospettiva personale e consapevole,che tenga conto di tutte le variabili in gioco. In Italia la legge 91/99 regolamenta i trapianti in base ai principi suesposti di prelievo da donatore con morte cerebrale. E' parere comune anche nell'ambito medico ufficiale che non si possa effettuare un trapianto da un vivo a un morto, perciò ciò che viene definita oggi come morte cerebrale (l'aggettivo è d'obbligo) non è una vera e propria morte, ma una morte per legge, anticipata, che dà la possibilità ai medici di espiantare organi in buono stato. In molti casi, con terapie opportune, persone in coma depassé son state riportate alle funzioni normali. Inoltre, la pratica di espianto avviene in una vera e propria sala operatoria, con apparecchi che assicurano la circolazione extracorporea, pare in alcuni casi con l'uso dell'anestesia per evitare movimenti del donatore durante l'espianto.
Fin qui i fatti oggettivi, provati da medici illustri e seguaci ortodossi della medicina uficiale, che pure gran parte della comunità scientifica si ostina quanto meno a non rendere comprensibili. Pe chi è interessato anche ad altre problematiche, si può fare presente che molte culture considerano la persona un tutto organico, di cui non si può mutare neanche un parametro senza alterare l'equiibrio: il trapianto porterebbe nel nuovo corpo i ricordi e la fisiologia del corpo di provenienza, in modo che la vita della persona che ha ricevuto l'organo no sarà mai più simile a se stesso (la psicologia e l'osservazione del comportamento di chi ha subito un trapianto sembrano dare ragione a questa interpretazione).
C'è chi ritiene che l'anima abbia un percorso facilitato nel mondo ultraterreno nel caso in cui il corpo ospite sia ritornato completamente alla terra da cui proviene, cosa che nel cso di una donazione non avviene in tempi brevi. C'è inoltre chi ritiene di non poter avere l'ardire di entrare nella vita dgli altri, in quanto ciascuno può essere responsabile solo per sè. E' altresì vero che le maggiori religioni si sono espresse in favore della donazione d'organi perchè questa decisione testimonia carità e generosità, qualità, queste, ritenuti necessarie per affrontare nel modo migliore l'aldila nel momento in cui le azioni compiute in vita verranno valutate. Detto ciò, ognuno può ritenere opportuno o meno offrire i propri organi per un trapianto.

LA PENA DI MORTE: STRATEGIA DI COMPENSAZIONE E VENDETTA COLLETTIVA
Paradossalmente anche l'emissione della pena di morte fa parte dello stesso stteggiamento psicologico di controllo razionale sulla vita nel tentativo di sfuggire alla morte. Lo stato si arroga il diritto di togliere la vita di chi ha attentato al'integrità del tessuto sociale o della vita dei singoli individui che lo costituiscono utilizzando la tecnica omeopatica che cura il male con lo stesso male. Il concetto del "simile similibus curat", fondamento strategico della medicina omeopatica e della magia in tutte le sue sfumature, qui assume le dimensioni disperate di un incantesimo civile.
Il rito della pena di morte in tutti i tempi ha cercato di ristabilire l'ordine violato dell'universo con un atto legislativo unilaterale di portata universale: il fatto che la condanna venga eseguita in pubblico serve a sancire in maniera inequivocabile che il potere sta esercitando una funzione sacrale.
Ancora oggi in America si chiede ai parenti delle vittime di usufruire del posto in prima fila durante l'esecuzione di un condannato morte. Niente servirà a sanare il dolore dei sopravvissuti, niente portà riportare in vita le vittime di un crimine violento: eppure in qualche modo la vendetta deve bastare ai vivi perchè il loro dolore venga saziato. La legge del taglione è legge magica per eccellenza, perchè compensa una perdita con un'altra. Inoltre le motivazioni sono anche di immagine: chi ha sbagliato deve pagare, chi dà fastidio deve essere tolto di mezzo, perchè l'ordine costituito non abbia testimoni del proprio fallimento.

E' veramente interessante notare che durante il '700, sulla scia dell'illustre scrittore Beccara, il principale sostenitore dell'inutilità della pena di morte e della sua assoluta mancanza di umanita sia stato Robespierre, il quale durante il Terrore seminò morte e disperazione con la ghigliottina e che, al mutare delle condizioni politiche, perse la vita proprio mediante decapitazione. Ciò dimostra che il potere è uguale a se stesso al di là del colore politico e delle idee a cui si richiama.
In tutti i regimi la repressione più o meno feroce assicura una stabilità apparente ed effimera nel tempo, eppure chi governa con il terrore sembra non percepire che la vita ha ritmi più grandi e che la storia liquiderà come risibili le follie di ogni tempo. Ciò che sembrava importante -il successo economico, il predominio sugli altri, il momentaneo successo di un'idea, per quanto assurda e inumana- verrà inghiottito nel baratro della morte. E' proprio per assicurarsi un posto di qualche genere nella storia che il potere perpetra i delitti di stato servendosi di giustificazioni di tipo sociale e ideologico.
Al di là di tutto, comunque, rimane l'enorme solitudine dell'uomo: condannati a morte o meno dallo stato, da una malattia, da proprie scelte di vita sbagliate, tutti noi ci troveremo a combattere la paura della morte e inevitabilmente moriremo. Perchè accanirsi allora su una persona che ha sbagliato, quando i fantasmi della coscienza si uniscono a quelli prodotti dalla paura e dalla solitudine?

UNA MORTE STERILE E INDOLORE: PER CHI?
L'inequivocabile processo di deumanizzazione, evidenziato a proposito della morte su grand inumeri, avviene comunque anche nell apratica quotidiana. Da luogo tradizionale di cura, gli ospedali e le case di cura si sono trasformati nel luogo assoluto dove viene celebrata la liturgia laica dela vita moderna: in ospedale si va per nascere e per morire. Si invocano moderni criteri di igiene e sicurezza che impedirebbero il verificarsi di questi avvenimenti secondo ritmi naturali in favore della prevenzione di possibili complicazioni, si celebra il tentativo di garantire migliori condizioni di vita a donne incinte e a malati gravi, da poter soccorrere celeremente in caso di bisogno.
Certamente i motivi umanitari sono forse la causa principale dell'aumentato numero di pazienti morti in ospedale, dove erano stati trasportati nel tentativo di salvarli, ma la di sotto di tali preoccupazioni ci può essere dell'altro.
Il primo livello di analisi dela morte in ospedale riguarda l'aspetto simbolico.La liturgia della gestione della vita a cui si assiste in ospedale, dal punto di vista della simbologia, è di portata impressionante. Il medico, a seconda dei casi eroico sperimentatore, generoso distributore di pace dal dolore, o gigantesco aiutante, se non antagonista di Dio, celebra i propri misteri sotto l'egida di una sigla, "dott." che lo allontana dai comuni mortali. Veste di bianco, simbolo di purezza ed i suoi abiti, pur simili a quelli di tutti i giorni, vengono indossati solo nello spazio sacro dell'ospedale. Porta sempre con sè i suoi strumenti di magica intercessione -stetoscopio, penne, campioni di medicine- che esibisce costantemente come paramenti sacri. Si esprime con un linguaggio oscuro, per perifrasi e citazioni compensibili solo dagli iniziati. Compie sempre gli stessi gesti con attenzione, aiutato nell'atto sacro dalla rigida gerarchia ospedaliera: aiuto-primario, assistente, tecnico di laboratorio, capo-infermiera. infermiera generica. Nel migliore dei casi è disposto ad una benevola attenzione, che concede speso in un luogo appropriato, decorato con immagini di culto (lastre, pubblicità di farmaci...).
Ciò che gestisce è, esattamente come nel caso dei sacerdoti, la vita delle persone che gli si affidano con la speranza di guarire. Come l'intercessione del sacerdote garantisce la vita, pratica e spirituale delle persone, l'intervento del medico assicura l'allungamento della vita: in entrembi i casi c'è una trasfusione di vita dalla fonte della vita stessa -Dio, la natura- all'officiante, il quale, tramite gli strumenti che gli sono propri, può distribuirla a chi ne ha bisogno. Da esperto conoscitore dei limiti tra vita e morte, ne sancisce una separazione palese e comprensibile tramite il rito della sterilizzazione, che impedisce il contagio derivante dalla decomposizione corporea.
Come già detto nel caso del medico, un certo scientismo di stampo ottocentesco, riveduto e corretto dalle accresciute risorse tecnologiche, porta questa figura da officiante a divinità di secondo ordine, in grado di aiutare il dio superiore a distribuire la vita nel caso costui sia benevolo, di contrastare le decisioni divine, se il dio in questione è malevolo e irascibile e semina la morte irragionevolmente.

La morte in ospedale rappresenta l'ultimo atto di questa liturgia, il terreno dello scontro titanico con il fato, la natura o, appunto, un dio malevole. In questo senso l'innumerevole serie di film e telefilm a tema medico-ospedaliero ha trasformato il lodevole desiderio di aiutare le persone in risibile parata di superba fiducia nelle proprie conoscenze, in puerile affidamento alla tecnologia e nella scienza, in patetica intromissione in campi che non sono di portata umana.
Significativo è il fatto che in ospedale non si muore in genere con il conforto religioso, a riprova del fatto che in queste strutture vige un'altra religione, quella della scienza medica. Strettamente legato all'aspetto simbolico della morte in ospedale, di ci può essere causa ed anche effetto, è quello legato alla rimozione colletiva della morte. La possibilità di evitare la morte, o almeno di fornire una "buona" morte tramite farmaci è senza dubbio in strettissima relazione con il rifiuto del dolore, che si ritiene privo di qualsiasi senso e valore, e con la rimozione della disssoluzione, che abbiamo visto essere uno dei tratti principali della moderna società.
Inoltre, il fatto che non si lasci morire in casa una persona anziana o malata, e che si scelgano dei luoghi che sembrano essere adeguati allo scopo -case di riposo e ospedali , testimonia che ormai la peron amedia si sente del ltutto inadegiata a fronteggiare la morte. Il desiderio più comune, in passato, era quello di "morire nel prorpio letto", in un ambiente noto da guardare e riguardare prima dell'ultima occhiata, con il conforto pratico e psicologico dei cari chiamati a raccolta per l'ultimo saluto.
Al giorno d'oggi ciò pare impossibile: al primo cenno di eventi che possano precedere la morte, sia solo una vecchiaia difficile, si ricorre alla struttura al di fuori di casa in quanto, si dice, specializzata nell'aiutare le persone con diffilcoltà di salute.

Sappiamo bene il disagio di chi soffre a cambiare ambiente, abitudini, persone; sappiamo bene il senso di tristezza insonstenibile che aleggia nelle corsie dei reparti incurabilie negli ospizi, la solitudine di chi si trova in messo ad estranei con cui no riesce a condividere la morte che arriva -perchè la morte, quando non è improvvisa, genera in chi sta per viverla una certa certezza di ineluttabilità che in certi casi avrebbe bisogno del confronto con i vivi. Invece i vivi, terrorizzati, preferiscono girare la testa per non sentire l'odore della morte, e pagano un personale specializzato in aiuto alla vita per gestire l'aiuto alla morte.
Chi vive ritiene spesso che sia opportuno sopprimere totalmente ogni sensazione in mone dell'umanità: si tende a somministrare al morente anaestetici e calmanti che ad altre persone si negherebbero, in nome di un malinteso senso di umanità. Certo che è giusto e umano eliminare il dolore insopportabile, ma quale bene può trarre una persona che dentro di sè sa di dover morire in breve dalla soppressione di ogni capacità di relazione -osservazione, scambio verbale e non di emozioni, sensazioni fisiche pure-, di ogni parvenza di vita?
A questo punto, al di là delle più ovvie considerazioni umanitarie della morte in opsedale, diventa veramente atroce chiedersi a chi si giovi di tali comoportamenti: il moribondo, che si vede circondato da attenzioni prezzolate, o piuttosto i suoi parenti, troppo vili per reggere l'egoistico dolore della perdita, i quali si devono abituare all'assenza della persona cara a piccole dosi tanto da separasi prima del tempo da chi sembrano non voler mai abbanonare?

L'ESTREMO RIPOSO: I LUOGHI DEL SALUTO
E' stato già notato che in Italia i cimiteri si trovano al di fuori dei luoghi abitati. E' un dato attuale, verficabile con una semplice visita in un qualunque cimitero, che questi spazi sono diventati insufficienti: ogni cimitero è in ristrutturazione, o ha subito allargamenti e rifacimenti di vario genere.
Di solito si amplia lo spazio a disposizione con la costruzione di "colombaie", serie di loculi sovrapposti che compatta le moltiplicate esigenze della comunità. In Italia anche chi viene cremato deve rimanere in cimitero -per esigenze igieniche, si dice.
Il fatto è che sepellire una persona, anche nel modo più semplice possibile, costa molto: l'acquisto di un loculo o di una tomba può costare vari milioni, a seconda della posizione nel cimitero e della fastosità della sepoltura. Ciò che sembra passare inosservato è il fatto che tutto questo apparato è in funzione dei vivi, i quali sborsano i soldi (pochi infatti sono quelli che si pagano in vita il servizio funebre e il posto al cimitero) e usufruiscono delle cosiddette comodità: un posto con vista, un loculo al riparo dell'umidità, una tomba decorata con statue e scritte, insieme con l'abitudine degli annunci mortuari carichi di oro e aggettivi altisonati. I morti sono del tutto indifferenti a ciò che orna la loro sepoltura, in quanto impegnati -se si crede a ciò che descrivono le religioni- in un percorso che non ha nulla a che fare con lo status terreno. Anche per chi non crede in un'altra vita i morti non hanno interesse alle sorti del loro corpo ormai morto, in quanto del tutto assenti e privi di percezioni e facoltà di giudizio.
E' importante, comunque, sottolineare che al giorno d'oggi, apparentenente per ragioni di spazio e di salute pubblica, il morto non viene più lasciato in contatto con la terra, così come è successo per millenni: tutte le culture, ciascuna a suo modo (inumazione, cremazione, smembramento da parte di animali selvatici), hanno permesso che il cadavere tornasse parte dell'ambiente da cui provenivano i componenti chimici che hanno permesso di tenere in vita il corpo.
In questo modo veniva assicurata una certa continuità tra una vita che finiva e la vita in generale che continuava, nel rispetto del ciclo vitale naturale in cui nulla va perduto, ma diventa parte dell'infinito ciclo delle trasformazioni.
La pretesa di rimanere per sempre nello stato in cui ci si trova non esclude quindi neanche la morte, che anzi è diventato uno dei campi in cui, essendo più evidente l'impermanenza, la rimozione è più forte e trasversale.I cimiteri quindi, lungi dall'essere occasione di omaggio e di rispetto per i defunti -che secondo molte culture si giovano di queste attenzioni nello loro stato post-mortem- rischiano di diventare, nel migliore dei casi, un deposito inoffessivo di materiale in decomposizione, se non il luogo in cui i vivi mettono mano al loro portafogli nel tentativo inconscio di scoprirsi diversi e magari inattaccabili dalla morte.

NECESSITA' DI UN APPROCCIO UMANO: CONCLUSIONI
Comunque la si pensi sulla morte, risulta evidente dalla molteplicità degli approcci seguiti che questo fenomeno debba essere trattato con estrema delicatezza e profondità, nel rispetto dell'individualità di ciascuno. Non esistono ricette generalizzate che si possano applicare con successo per tutti i casi: le variabili in gioco sono così tante, e tutte basate sulla mutevole condizione umana, che pretendere di risolvere in un batter d'occhio le inumerevoli sfaccettature legate alla morte sembra francamente assurdo. Sulla scorta dell'esperienze di tante culture si può forse suggerire di porre decisamente maggiore attenzione all'aspetto interiore che tale esperienza genera nell'essere umano. Un discorso sulla morte presuppone un discorso sulla vita, e quale rispetto migliore per la morte se non il rispetto per la vita?

E' necessario rendersi conto che il rispetto per la vita non corrisponde in pieno con il tentativo di prolungare indefinitamente la vita stessa, a dispetto della fatica e del tentativo di abbandono di un corpo e di uno spirito ammalati o affaticati. La vita a tutti i costi è un mito dei nostri tempi, falso e ingeneroso come la pretesa di voler ostacolare la natura nel suo corso inevitabile. Di fatto viene da domandarsi quanto rispettoso sia l'attegiamento della nostra società nei confronti della vita in sé, a fronte della manipolazione genetica, della sperimentazione di nuove sostanze e procedimenti direttamente sul'essere umano, dell'aborto, degli armamenti atomici, chimici e convenzionali, della pena di morte, della tortura, della schiavitù fisica, mentale e culturale, dell'oppressione economica delle multinazionali, del disinteresse per il degrado ambientale.
Il tanto invocato rispetto per la vita, di fatto più una forma di accanimento terapeutico che l'espressione di un'etica saldamente radicata, diventa ai giorni nostri un semplice richiamo pubblicitario, capace di veicolare buoni sentimenti in cambio di denaro: la cattiva coscienza collettiva ha bisogno di essere tacitata con l'assicurazione che viviamo in una società libera, morale, perfetta sotto ogni aspetto, perfetta perfino nelle sue debolezze che anzi vengono enfatizzate, giustificate, rese in qualche modo piacevoli se non addirittura affascinanti. Questo è il paradigma in cui stiamo annegando -intellettualmente, perchè moralmente siamo già annegati da un pezzo. Una società che non sa affrontare la vita con un'etica ragionata e moralmente consapevole non può permettersi di affronare la morte. Filosoficamente siamo ancora balbettanti davanti a due termini che di primo acchito ci sembrano opposti, -ma la vita non è la negazione della morte, così come la morte non è l'assenza della vita. Ambedue i concetti sono talmente vasti che ancora nessuna filosofia, nessuna religione ha potuto darne una definizione di lampante chiarezza per ogni individuo.
Come tutti gli assoluti, vita e morte riempiono l'esperienza umana in modo indescrivibile, tale che la loro verità può essere percepita solo dal singolo in un momento di perfetta illuminazione -esperienza viva e piena, non ragionamento nè esposizione razionale di un concetto teorico.

In fondo l'esperienza ci dice che non possiamo avere rispetto né per la vita né per la morte se prima non abbiamo rispetto per noi stessi quali siamo, con tutti i nostri limiti, incapacità e ignoranze. Accettando che siamo inermi nei confronti di un avvenimento inevitabile affermiamo di essere umani e quindi ci poniamo nella possibilità di riconoscere e oltrepassare i limiti per muoverci verso la divinità che vive in noi. Il paradossale sconfinamento della limitatezza avviene solo nella coscienza dei limiti stessi, allo stesso modo in cui percepiamo la natura, di cui pur facciamo parte, come potentemente trascendente.
Seguendo da vivi l'orma dei nostri limiti, mano nella mano con la nostra divinità, da morti, senza i limiti dell'essere umano, tutto diventa più semplice e chiaro.
A questo punto la conclusione non è "Perchè muoriamo?" ma "Perché siamo vivi?"
Chiaramente morire non è la soluzione. Che lo sia forse vivere?

Nota: per leggere la bibliografia si prega di andare nella pagina "Morte (atto 1)". Grazie.

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